Nel panorama contemporaneo delle professioni d’aiuto regna spesso una grande confusione terminologica che spinge chiunque avverta un disagio esistenziale a rivolgersi quasi esclusivamente alla figura dello psicoterapeuta. Tuttavia, per chi desidera orientarsi con consapevolezza nel mondo, è essenziale comprendere che non ogni forma di sofferenza o di smarrimento ha una natura clinica o patologica. La consulenza filosofica si pone in questo scenario non come una terapia alternativa, ma come una pratica radicalmente diversa per presupposti, metodi e finalità.
La prima e più netta distinzione riguarda l’oggetto stesso dell’intervento. La psicoterapia, nelle sue varie forme, tende a ricondurre le persone all’interno di specifiche teorie psicologiche precostituite, cercando le cause del malessere nella storia personale, nei traumi o nelle dinamiche dell’inconscio. Al contrario, la consulenza filosofica rifiuta di applicare una teoria predefinita all’individuo. Essa si configura come una metateoria praticante che crea nuove teorie conformemente alle persone e alla loro esperienza unica. Se lo psicologo cerca il perché di un comportamento scavando nel passato, il consulente filosofico si concentra sul come il soggetto pensa e vede il mondo nel presente.
Un punto cardine stabilito dai fondatori di questa disciplina, come Gerd Achenbach, è che la consulenza filosofica non è terapia, non è sostegno emotivo e non è consolazione. Mentre la psicoterapia ha come mandato istituzionale e sociale la cura, ovvero la guarigione da una patologia o la risoluzione di un disturbo psichico, la consulenza filosofica non si occupa di guarire nessuno. Essa non soddisfa il bisogno immediato di sollievo che il cliente porta con sé, ma opera una critica radicale di tali bisogni, portando ossigeno alle domande e ai dubbi affinché essi possano bruciare ed essere analizzati con rigore.
Il processo filosofico si muove su un terreno che Donald Schön definisce la palude dei problemi disordinati e indeterminati, quelli che sfuggono alle soluzioni tecniche standardizzate. In questa zona, il problema non è mai ben formulato all’inizio. Il consulente non agisce come un tecnico che applica una ricetta, ma come un professionista riflessivo che aiuta l’ospite a dare un nome e un’impostazione alla situazione problematica. L’obiettivo non è la soluzione del problema strumentale, ma la sua ristrutturazione attraverso un dialogo che chiarisca la visione del mondo del consultante.
Infine, differisce profondamente la gestione del materiale discorsivo. In una seduta di psicoterapia, il professionista seleziona gli elementi utili alla propria griglia diagnostica. Il filosofo, invece, si pone come uno specialista del non speciale: raccoglie ogni elemento della narrazione, senza filtri preventivi, per poi vagliarlo criticamente insieme all’ospite. Non si cercano cause psichiche, ma ragioni concettuali. Il fine ultimo è l’arricchimento e l’articolazione della visione del mondo dell’interlocutore, affinché egli possa ritrovare le condizioni ottimali per orientarsi autonomamente nella propria esistenza
BIBLIOGRAFIA
Il processo della Consulenza Filosofica, N. Pollastri
© Antonino Condorelli 2026
