Qualcosa nel rapporto tra uomini e donne si è rotto, e non da oggi. Quello che dovrebbe essere una collaborazione naturale si è trasformato in un campo di battaglia fatto di accuse, rivendicazioni e difese a oltranza. Per essere donna, e soprattutto madre, sembra oggi necessario aderire a un copione scritto in parti uguali dal marketing e da una certa corrente del pensiero femminista, un copione che le vuole perennemente in bilico tra la santità del sacrificio e il ruolo di vittime di un sistema che, paradossalmente, contribuiscono esse stesse ad alimentare.

Abbiamo smesso di guardare in faccia la realtà. Quando si parla di violenza di genere ci si trova spesso dentro narrazioni che forzano i dati per scopi politici. Nel dibattito accademico esistono obiezioni serie e documentate sulla definizione operativa di “violenza” adottata in alcune rilevazioni statistiche, dove il confine tra il reato e il conflitto relazionale ordinario viene tracciato in modo così ampio da rendere i risultati difficilmente confrontabili e, soprattutto, difficilmente credibili. Quando tutto diventa violenza, nulla lo è davvero. Si finisce per inquinare la percezione sociale e trasformare ogni uomo in un potenziale nemico da cui difendersi.

Intorno alla figura femminile è stata costruita un’aura di intoccabilità che impedisce persino il confronto critico. Se un uomo esprime un’opinione è maschilista, se fa un complimento è inopportuno, se critica una scelta è un oppressore. Quella corrente del femminismo che ha trasformato ogni relazione tra uomo e donna in un rapporto strutturalmente asimmetrico, dove l’uomo è per definizione parte di un meccanismo di oppressione e la donna per definizione una vittima, ha prodotto conseguenze culturali concrete e dannose. Ha ridotto la complessità umana a uno schema ideologico e ha reso impossibile qualsiasi responsabilità condivisa.

Abbiamo elevato la figura della madre a un archetipo di onniscienza intoccabile: la superwoman che lavora fuori e dentro casa, che deve avere il controllo totale su tutto, salvo poi lamentarsi di una solitudine che è figlia anche di questa pretesa di centralità. Se il marito c’è, dà fastidio perché non fa le cose come vuole lei; se non c’è, è un assente. Il carico che ne deriva non è solo fatica, è anche un’operazione di immagine. Basta entrare in qualunque grande centro commerciale per capire come il corpo e l’identità femminile siano diventati i prodotti principali del mercato. Il marketing vende alle donne l’idea di essere eroine per potergli vendere poi le soluzioni a una stanchezza che, senza quel copione, sarebbe una fatica normale della vita, pesante sì, ma affrontabile senza che diventi una missione impossibile o una causa politica.

Questo copione ha radici profonde, e per capirlo bisogna andare indietro. La cristianizzazione della società occidentale ha costruito nel corso dei secoli un ideale materno fondato sul culto mariano: la madre come figura di purezza assoluta, sacrificio totale, amore incondizionato e silenzioso. Un ideale irraggiungibile per definizione, perché la Madonna non è una donna, è un simbolo teologico. Eppure per secoli è servito da metro di misura per ogni donna in carne e ossa che metteva al mondo un figlio. Il femminismo radicale del Novecento non ha demolito questa struttura: l’ha secolarizzata, sostituendo la santità religiosa con la santità politica e caricando la figura femminile di un’altra forma di intoccabilità. Il marketing ha poi fatto il resto, trasformando entrambe le narrazioni in prodotti vendibili. Il peso simbolico che oggi grava sulla maternità è stato costruito nel tempo da queste tre forze che si sono sovrapposte e rinforzate a vicenda, e ha reso più pesante qualcosa che era già pesante abbastanza.

Manca qualcosa in tutto questo discorso, ed è il permesso di stare bene. Non nel senso di una vacanza o di un’ora in più di sonno, ma nel senso più profondo. Una madre che si prende cura di sé, che conserva spazio per le cose che la tengono viva, non sta tradendo nessuno. Solo chi sta ragionevolmente bene con sé stesso può guidare la vita di un figlio senza trasformare quel rapporto in un peso insostenibile per entrambi. Questo non è un lusso, è una condizione. Né il post strappalacrime sui social né la narrazione dell’eroina esausta lo dicono mai con questa chiarezza.

Poi c’è Catanzaro. Non possiamo archiviare l’omicidio di tre bambini come un semplice effetto della depressione o, peggio, come una colpa indiretta di un marito che dormiva. La psichiatria forense ha documentato l’esistenza di una categoria di filicidio cosiddetto altruistico, in cui la madre è convinta di sottrarre i figli a una sofferenza futura. Una patologia reale, non un’invenzione ideologica. Riconoscerla però non cancella la dimensione morale dell’atto. Un omicidio rimane un omicidio, e il discorso pubblico che si ferma alla sofferenza della madre senza mai fare i conti con i tre bambini morti dice qualcosa di preciso sulla gerarchia di valori che abbiamo costruito. Quei bambini erano individui a sé stanti, con una vita propria che non apparteneva a nessuno. Dirlo non è crudeltà verso una donna malata: è il minimo di onestà che dobbiamo alla realtà.

Dietro questo caso c’è però un problema culturale più largo. Viviamo in una società che ha esteso il linguaggio clinico ben oltre i suoi confini legittimi. Ivan Illich lo aveva già analizzato negli anni Settanta come medicalizzazione della vita quotidiana: l’espansione sistematica della categoria di malattia in aree dell’esistenza che sono semplicemente difficoltà, conflitti, noia, stanchezza normale. Il bambino che non ha voglia di studiare viene mandato dallo psicologo. La madre esausta viene mandata dallo psicologo. Il lavoratore frustrato viene mandato dallo psicologo. Normalizzare la dipendenza dall’esperto ha un costo preciso: svuota le persone della capacità di rispondere alla propria vita con le proprie risorse. La psicologia serve, e ci sono situazioni in cui è indispensabile. Quando tutto però diventa patologia si perde la capacità di distinguere tra una crisi che richiede un clinico e una fatica che richiede una comunità, una rete, un po’ di realismo collettivo.

In molti contesti culturali la maternità non viene caricata di questa aura eroica. Non perché le donne abbiano meno problemi, spesso ne hanno molti di più, e la violenza e la mancanza di risorse sono realtà concrete. Ma quella stratificazione simbolica che abbiamo descritto, religiosa prima, politica poi, commerciale infine, lì non ha attecchito nello stesso modo, e la maternità viene affrontata come una parte della vita, non come una prova da superare davanti a un pubblico.

Quello di cui abbiamo bisogno è una conversazione adulta tra uomini e donne, in cui la fatica venga riconosciuta senza essere glorificata né medicalizzata, in cui la responsabilità venga distribuita senza bisogno di un colpevole preventivo, in cui i figli vengano visti per quello che sono: persone affidate per un tempo alla cura di altri. Essere madre è un impegno serio e naturale, non una medaglia al valore. Essere padre è una presenza necessaria, non un’eterna richiesta di scuse. Finché continueremo a volerci sentire speciali per categoria, le donne come sante e gli uomini come carnefici o comparse, non costruiremo niente di solido. Siamo esseri umani che cercano di fare del loro meglio con quello che hanno. Tutto il resto lo abbiamo costruito noi, e possiamo anche smettere.

© Antonino Condorelli 2026