Amore non ci lasceremo mai! Quante volte abbiamo sentito queste parole, oppure cose del tipo: È malato d’amore.
Ma di cosa parliamo quando parliamo d’amore?
Dal mio punto di vista, la comune interpretazione che si dà all’amore è un fraintendimento. L’amore è incondizionato, non lo ritengo un sentimento, bensì un tendere verso qualcosa che crea, mantiene e rigenera.
Quando parliamo d’amore, parliamo di un movimento che ha come fine la vita: una tendenza alla creazione e al mantenimento di un collettivo di entità, e non verso un singolo individuo. Per “collettivo di entità” intendo l’insieme delle cose che compongono la natura e che l’uomo non crea, ma in cui egli stesso è immerso.
L’amore, secondo la mia interpretazione, è la forza, il movimento che muove il mondo nella direzione che gli è propria: quella di generare vita, di generare le cose che ogni giorno ci riempiono gli spazi delle città, le meraviglie dei tramonti o del mare in tempesta.
In altri termini, l’amore è la vita che quotidianamente ci coinvolge e che dovrebbe spingerci al compimento della nostra vita individuale secondo l’ordine naturale.
Amare è un verbo frainteso. Dal mio punto di vista, richiamando per certi versi Schopenhauer, che distingue tra la volontà di vivere (cieca, impersonale) e la coscienza individuale, l’amore tra due persone, tra innamorati intendo, è spesso illusorio e condizionato, più che reale come forza incondizionata.
“Innamorare” è un verbo italiano discendente indirettamente dal latino: in = dentro e amoris = amore, cioè “chi è dentro l’amore”.
Ora, dentro l’amore, per come lo interpreto io, ci stiamo tutti, e questo amore agisce incondizionatamente e anche senza il bisogno della nostra volontà.
Mentre quel sentimento che scorre tra gli uomini non è né incondizionato, e il più delle volte è volontario: trascina relazioni tossiche che fanno male non solo ai presunti amanti, ma anche a chi sta loro intorno.
In definitiva, ciò che gli uomini ritengono amore è sì un sentimento, ma sarebbe meglio chiamarlo amicizia, con differenti gradi di stima, con differenti livelli di apprezzamento reciproco, quando va bene.
La sofferenza che si genera quando un rapporto si interrompe o va male, non è malattia d’amore: è malattia della propria autostima. Il rapporto si interrompe perché l’altro non sta più bene con noi, perché alla fine ci sta dicendo, andandosene, che non siamo più così “belli” come aveva pensato. Tant’è che ogni giorno si sentono notizie di femminicidi, attribuendo la colpa al patriarcato; ma secondo me la colpa è da attribuire ai fraintendimenti educativi che la società ci propone.
Il pathos che ci propone l’antichità — Alcibiade nei confronti di Socrate (Simposio), Patroclo e Achille (Iliade, rapporto fraterno e ambiguamente amoroso), Alcesti (Euripide, sacrificio e dipendenza affettiva) — sono sofferenze di innamoramento o di dipendenza, e l’innamoramento è una fase della vita che passa. Quando questa finisce, non rimane l’amore, ma l’affetto, il voler bene, il piacere di stare insieme, il riconoscersi nelle cose dell’altro e, più comunemente, una lotta per la sopravvivenza di quell’unione.
L’amore romantico, quindi — quello che si dice “lo amo come il primo giorno” — è solo un costrutto psicologico e culturale, socialmente costruito come idealizzazione, spesso alimentato da narrazioni (letterarie, cinematografiche, educative) che generano illusioni. Oltre al fatto che dire “lo amo come il primo giorno” significa che il rapporto non si è evoluto, o si è evoluto in senso unilaterale.
Questa mia definizione di amore come forza generativa universale, impersonale e incondizionata, si fonda sull’osservazione della natura come sistema di creazione e rigenerazione che non dipende dalla volontà né dai sentimenti individuali. Già Empedocle definiva l’amore (philotēs) come una forza cosmica che unisce e compone gli elementi naturali, senza alcun riferimento al desiderio personale o alle relazioni sentimentali. Schopenhauer, nella Metafisica dell’amore sessuale, sosteneva che l’amore romantico è un inganno della volontà di vivere, che usa l’individuo per perseguire fini di perpetuazione della specie. In questa prospettiva, l’amore inteso come relazione tra due persone — e ancor più l’amore romantico — è una costruzione psicologica e culturale, soggetta a condizionamenti e illusioni. Per questo motivo considero la definizione di amore come movimento impersonale infinitamente più vera e universale rispetto alla concezione sentimentale, che è parziale e illusoria. Non esiste alcuna continuità tra l’amore universale e le relazioni umane: l’amore universale è forza vitale impersonale, mentre ciò che chiamiamo amore tra gli individui è un riflesso condizionato, spesso tossico, di costruzioni sociali ed educative.
© Antonino Condorelli 2025.
BIBLIOGRAFIA:
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Simposio, Einaudi, Torino, 2009-2014.
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Giannantoni G.
Empedocle. Frammenti. I presocratici. Testimonianze e frammenti. Laterza, Napoli-Bari, 2004.
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Schopenhauer A.
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Schopenhauer A.
Metafisica dell'amore sessuale, BUR, Milano, 2000-2021.
