Perdòno o pèrdono? La parola “perdono” sembra innocua, ma nelle lingue indoeuropee nasconde un gesto più radicale del previsto. In italiano, come in francese o in inglese, essa deriva dall’idea di “dare completamente”, “cedere interamente” qualcosa all’altro. In tedesco, vergeben (“ver-gé-ben”) conserva ancora più chiaramente questa struttura: “ver”, prefisso intensivo che implica separazione o completa cessione, unito a “geben”, dare. La radice indoeuropea è comune: perdonare significa letteralmente “dare via”, cioè rinunciare attivamente a un diritto morale, giuridico o emotivo che si sarebbe pienamente autorizzati a esercitare¹.
Accanto a “perdono” c’è un’altra parola, quasi identica ma filosoficamente opposta: “pèrdono”. Basta spostare l’accento, e il dono si converte in perdita. Questa vicinanza fonetica rivela qualcosa che molte teorie psicologiche e morali ignorano: il perdono implica sempre una perdita. Per chi perdona e per chi è perdonato. Chi perdona perde il proprio diritto simbolico alla verità di ciò che ha subito; chi è perdonato perde la possibilità di confrontarsi davvero con il peso dell’azione compiuta.
Le definizioni moderne del perdono, “lasciare andare”, “non rimuginare”, “liberare il rancore”, appartengono alla sfera terapeutica più che a quella etica. Non sono false, ma sono deboli. In esse il perdono diventa un mezzo per stare meglio, non un atto morale. Questo però altera il significato dell’offesa: per poter “lasciare andare”, si tende a ridimensionare, reinterpretare o addirittura sminuire ciò che è accaduto. La riconciliazione, così costruita, diventa fragile: si regge sulla negazione della verità.
Le culture antiche non commettevano questo errore. Nell’Antico Testamento il perdono esiste, ma non è mai incondizionato: richiede riconoscimento della colpa, responsabilità, riparazione e riti di espiazione². Nel mondo greco non esiste il perdono come lo intendiamo noi: la logica dominante è quella della giustizia (díkē), della ritorsione (tísis) o della grazia parziale (cháris), ma mai della cancellazione della colpa³. Nel cristianesimo, il perdono assume invece un carattere radicale: “settanta volte sette” non è un principio etico per la vita quotidiana, ma un ideale escatologico, proporzionato alla logica divina più che a quella umana⁴. Il perdono non è dunque una legge universale della morale, come spesso si crede, ma un’eccezione, una possibilità difficile e rara.
La memoria svolge invece una funzione che il perdono non può sempre assolvere. Non punisce, non infligge dolore, non genera vendetta: conserva la verità. Adorno descriveva la memoria come l’ultimo luogo etico dell’uomo, l’unica garanzia che il male non venga dissolto nell’indifferenza⁵. Primo Levi ricordava che “comprendere non è perdonare” e che esistono azioni che non possono essere assorbite in un gesto di riconciliazione automatica⁶. La memoria non è l’ostacolo alla pace; è la condizione della responsabilità.
Il non-perdono che propongo nasce precisamente qui: non nella volontà di punire, ma nella volontà di non falsificare. Non si tratta di odiare, di rivangare, di custodire la ferita. Non si tratta di rimanere incatenati al passato. Si tratta di non dire che ciò che è accaduto non conta. Il non-perdono è una forma di verità: è anche una forma di rispetto per il giudizio che l’altro ha espresso su di me, perché non pretendo di correggere la sua opinione né di rivedere il significato del fatto compiuto; lascio che ciò che ha detto o fatto rimanga ciò che ha scelto. In questo modo il non-perdono mantiene l’offensore responsabile, non lo congela nella colpa. Permette all’altro di cambiare, ma non gli concede scorciatoie narrative. Una persona può davvero evolvere solo se riconosce ciò che ha fatto; il perdono prematuro gli permette invece di dichiarare chiuso ciò che non è stato affrontato.
Il non-perdono, a differenza del risentimento, non è una passione. Non richiede di ricordare attivamente, non richiede sforzi emotivi, non tiene la ferita aperta. Il risentimento è memoria emotiva; il non-perdono è memoria cognitiva. Io non rimugino su X, non coltivo X, non cerco compensazioni per X. Semplicemente non affermo che X sia irrilevante. Non ho il potere, né la responsabilità, di cancellare la verità di un’azione.
Si potrebbe obiettare che questo atteggiamento trasformi la vittima in un giudice. In realtà accade l’opposto. Il giudice condanna; il perdono assolve. Il non-perdono non condanna né assolve: sospende il giudizio. Lascia l’altro davanti alla verità di ciò che ha fatto, non davanti alla mia volontà di punirlo o di liberarlo. Non è controllo, non è imposizione, non è immobilizzazione dell’altro. È l’astensione dal partecipare a una cancellazione simbolica. E questa astensione non implica alcun obbligo di mantenere rapporti con chi ha offeso: il non-perdono non è una richiesta di continuità relazionale, né una forma di coabitazione morale. È semplicemente il rifiuto di trasformare un fatto in una finzione.
Si dice spesso che il non-perdono impedisce la guarigione del rapporto. Ma la guarigione di un rapporto non dipende dall’oblio: dipende dalla responsabilità. Un rapporto può trasformarsi solo se la verità è riconosciuta da entrambe le parti. Il perdono può essere un gesto umano sublime, ma non può essere imposto come norma. Quando diventa obbligo morale, umilia la vittima e infantilizza il colpevole. Il non-perdono, invece, rispetta la libertà di entrambi: l’altro può assumersi la responsabilità o non farlo, io posso riconoscere il fatto senza esserne più ferito.
Il perdono appartiene alla sfera della grazia, non alla sfera della legge. È raro, forse sempre in eccesso. Derrida lo definiva un paradosso: perdonare significa perdonare l’imperdonabile⁷. Il non-perdono appartiene invece alla sfera della verità: è ciò che resta quando non si vuole mentire sulla realtà. Non sempre l’umanità passa attraverso la grazia; spesso passa attraverso la memoria. Per chi crede, la storia dell’uomo nasce in effetti da una memoria non dissolta: il racconto dell’Eden, dove Adamo ed Eva vengono allontanati dal giardino dopo la disobbedienza, non è un mito di perdono, ma di responsabilità. In Genesi la colpa non viene cancellata, bensì ricordata attraverso la condizione umana stessa: dolore, fatica, mortalità. La tradizione cristiana chiamerà questo “peccato originale”, non come memoria di un gesto individuale, ma come simbolo permanente del fatto che l’azione ha sempre conseguenze e che nessuna colpa svanisce per decreto⁸. Anche per questo la memoria non è il nemico della dignità: è ciò che permette alla verità di non dissolversi. A volte la forma più alta di rispetto per sé, per l’altro, per la relazione è non dichiarare innocente ciò che innocente non è.
Bibliografia
- J. Pokorny, Indogermanisches etymologisches Wörterbuch.
- G. von Rad, Teologia dell’Antico Testamento.
- J.-P. Vernant, Mito e pensiero presso i Greci.
- H. Arendt, La condizione umana.
- T.W. Adorno, Minima Moralia; Dialettica negativa.
- Primo Levi, I sommersi e i salvati.
- J. Derrida, Perdonare: l’imperdonabile e l’impossibile.
- Genesi 3,16-24; S. Agostino, De peccato originali; Catechismo della Chiesa Cattolica, §§396-409.
© Antonino Condorelli 2026
