Una storia di lutto, autonomia e paura del futuro
La storia di Alberto è una delle domande più difficili accolte nello studio di consulenza filosofica. Una di quelle anche chi è abituato a parlare della morte avverte il peso delle parole. Accade soprattutto quando la morte smette di essere un argomento filosofico e diventa un pensiero che riguarda la persona seduta davanti a noi.
La storia che sto per raccontare è ispirata a un’esperienza di consulenza ed è condivisa con il consenso del consultante. Il nome e alcuni elementi biografici sono stati modificati, mentre altri passaggi sono stati rielaborati per tutelarne la riservatezza.
Alberto, nome di fantasia, ha settantatré anni e ha insegnato Storia per molti anni. È arrivato a Idiologos dopo aver incontrato sui social l’espressione “consulenza filosofica”. Non aveva un problema definito da risolvere e non cercava una terapia. Era curioso di capire che cosa potesse accadere durante un colloquio nel quale la filosofia viene praticata a partire dalla vita di una persona.
Da quella prima richiesta nacquero sei incontri.

La vita costruita con Antonietta
Alberto è vedovo da tre anni. Con Antonietta aveva condiviso quasi tutta la vita adulta. Si conoscevano dai tempi della scuola, avevano frequentato la stessa università e costruito un mondo fatto di libri, teatro, concerti, amicizie e insegnamento.
Non avevano avuto figli. Per molti anni avevano però accolto in casa ragazzi delle scuole medie e superiori che avevano bisogno di aiuto nello studio. Alberto insegnava le materie umanistiche, Antonietta quelle scientifiche. Alcuni di quei giovani avevano trovato in loro due insegnanti, due mentori e, in qualche caso, figure simili a nonni.
La morte di Antonietta aveva cambiato profondamente la forma delle sue giornate. Alberto continuava a frequentare qualche amico e a seguire due o tre studenti, ma molte delle persone con cui la coppia aveva condiviso il proprio tempo erano morte oppure non erano più presenti nella sua vita.
Durante i primi colloqui cercammo di ricostruire questo passaggio. Volevo comprendere che cosa fosse scomparso con Antonietta e che cosa, invece, continuasse a esistere, anche se in una forma più fragile e meno visibile.
«A volte mi viene voglia di fare come Socrate»
In uno degli incontri Alberto mi parlò di una fastidiosa incontinenza e di una crescente debolezza alle gambe. Aveva consultato il proprio medico e svolto alcuni accertamenti, senza che emergessero problemi particolari. Quando provai a comprendere meglio la stanchezza che descriveva, pronunciò una frase inattesa:
«A volte mi viene voglia di fare come Socrate».
Gli chiesi che cosa intendesse. Il riferimento a Socrate poteva indicare molte cose: l’accettazione della mortalità, il rifiuto di prolungare una vita ritenuta conclusa oppure il desiderio di anticiparne la fine.
Alberto mi spiegò di avere avuto una buona vita. Aveva amato, insegnato, viaggiato, aiutato molti ragazzi e raggiunto ciò che considerava importante. Adesso si domandava quale significato potessero avere gli anni che gli rimanevano. Alla mancanza di Antonietta si aggiungeva la paura di perdere l’autonomia e di affrontare da solo una malattia debilitante.
Il suo giudizio nasceva quindi dall’incontro tra il lutto, la trasformazione del corpo, la solitudine e l’immagine di un futuro temuto. Questi elementi erano uniti nelle sue parole, ma avevano bisogno di essere distinti e considerati uno alla volta.
Gli chiesi che cosa significasse per lui affermare di avere realizzato tutto. Gli domandai se una vita dovesse continuare a dimostrare la propria utilità per conservare valore, quale posto occupassero ancora gli studenti che seguiva e quanto il suo giudizio sulla vita presente dipendesse da una sofferenza futura che ancora non si era verificata.
Parlammo anche della morte di Antonietta. Alberto aveva assistito alla sua improvvisa perdita di coscienza e temeva di attraversare una condizione simile senza una persona cara accanto. Dietro la stanchezza affiorava così una paura molto concreta: perdere il controllo della propria vita e diventare completamente dipendente dagli altri.
Con il procedere degli incontri mi formai l’impressione personale che le sue parole andassero prese seriamente e che non fossero pronunciate per provocare o per ottenere una facile approvazione. Questa impressione rimase una mia riflessione e non divenne una valutazione comunicata ad Alberto. Continuai a interrogare con lui le ragioni che sostenevano il suo giudizio, senza attribuirmi il potere di certificarne l’autenticità.
Poiché Alberto parlava della propria morte, gli chiesi anche se quel pensiero corrispondesse a un’intenzione immediata. Mi spiegò che non pensava di compiere un gesto autonomo e violento. Desiderava poter decidere della propria fine attraverso una procedura medica, qualora fosse stata legalmente possibile.
Gli proposi quindi di rivolgersi a uno psichiatra. Questo passaggio non aveva lo scopo di ridurre le sue parole a un sintomo, ma rispondeva alla necessità di coinvolgere una competenza sanitaria davanti a un pensiero tanto delicato. La consulenza filosofica possiede confini professionali che devono essere riconosciuti e rispettati.
Pensare insieme ai colleghi
Nei casi più impegnativi, il confronto con altri consulenti permette di osservare la situazione da prospettive differenti e di evitare che le convinzioni personali di chi conduce il colloquio restringano il campo delle domande.
La mia collega Mara Belloni mi invitò a esaminare più attentamente la distanza tra la vita vissuta con Antonietta e quella iniziata dopo la sua morte. Che cosa aveva perduto Alberto insieme alla moglie? Quali possibilità erano davvero scomparse e quali erano ancora presenti, sebbene egli non riuscisse più a riconoscerle?
Neri Pollastri, fondatore dell’Istituto di Consulenza Filosofica, si soffermò sull’affermazione «ho già realizzato tutto». Tutto rispetto a quale progetto di vita? Alberto conservava relazioni, conoscenze e legami con alcuni studenti. La loro esistenza non costituiva una ragione sufficiente per imporgli di continuare a vivere, ma chiedeva di esaminare il criterio con cui egli misurava ormai il valore delle proprie giornate.
Francesco Criscuolo richiamò l’importanza dell’intersoggettività. Anche una decisione profondamente personale nasce dentro una storia condivisa. Gli altri partecipano alla formazione dei nostri desideri, delle nostre paure e dell’immagine che abbiamo di noi stessi. Considerare i legami non significa sottrarre libertà alla persona, ma comprendere il mondo nel quale la sua scelta sta maturando.
Giuliano Capozzi propose infine di osservare la forma del ragionamento di Alberto. Dal fatto di avere avuto una vita soddisfacente derivava davvero che gli anni futuri fossero inutili? La stanchezza esprimeva una convinzione stabile oppure dipendeva anche dal lutto, dalla solitudine e dalla paura della perdita di autonomia? In quale momento un futuro meno ricco del passato era diventato, ai suoi occhi, un futuro privo di valore?
Queste riflessioni entrarono nel lavoro con Alberto sotto forma di domande. Non gli portai le risposte dei colleghi come interpretazioni già stabilite, perché il significato della sua esperienza poteva emergere soltanto attraverso il dialogo con lui.
Che cosa significa avere compiuto la propria vita?
Una persona può guardare indietro e sentirsi soddisfatta di ciò che ha vissuto. Può anche osservare il futuro e non riconoscervi più le possibilità che un tempo la sostenevano. Tra queste due percezioni, tuttavia, esiste un passaggio che va compreso con maggiore attenzione.
Avere realizzato i propri progetti significa necessariamente avere esaurito ogni ragione per vivere? Il valore di una giornata dipende dalla sua utilità? Ricevere aiuto rende una persona meno degna? Quanto del rifiuto della dipendenza nasce dal timore di essere un peso? La morte desiderata riguarda una sofferenza presente oppure la previsione di ciò che potrebbe accadere?
Durante una consulenza filosofica queste domande non servono a condurre la persona verso una risposta stabilita in anticipo. Permettono di riconoscere le idee attraverso le quali ciascuno interpreta la propria esistenza. Alberto stava giudicando la vecchiaia, la fragilità, l’autonomia, la dignità e il valore dei legami. Ognuno di questi concetti conteneva una parte della sua storia.
L’ultimo incontro
Dopo qualche tempo Alberto consultò uno psichiatra. Secondo quanto mi riferì, dalla valutazione non era emersa una condizione psicopatologica. Decise di attendere la morte naturale e di informarsi sulle disposizioni anticipate di trattamento, (DAT).
Le disposizioni anticipate consentono a una persona capace di indicare quali trattamenti sanitari accetterebbe o rifiuterebbe qualora un giorno non fosse più in grado di esprimere la propria volontà. Consentono inoltre di nominare un fiduciario che possa rappresentarla nel rapporto con i medici.
Per Alberto questa possibilità aveva un significato importante. Gli permetteva di affrontare la paura della perdita di coscienza e della dipendenza attraverso una scelta concreta e legalmente riconosciuta, senza confondere la pianificazione delle cure con la possibilità di provocare la morte.
La sua decisione di attendere la fine naturale non rappresenta una vittoria del consulente e non dimostra che il dialogo filosofico debba condurre ogni persona alla medesima conclusione. Il valore del percorso si trovava nella maggiore chiarezza con cui Alberto era riuscito a distinguere la sofferenza presente, il lutto per Antonietta, la paura del futuro e il proprio desiderio di conservare il controllo sulle cure.
Che cosa può fare la consulenza filosofica
La consulenza filosofica accoglie le domande che sorgono quando le convinzioni con cui abbiamo vissuto non riescono più a orientarci. Può riguardare una perdita, una scelta difficile, un cambiamento del corpo, il rapporto con il tempo, la solitudine oppure il bisogno di comprendere quale significato abbia assunto la nostra vita.
Il consulente ascolta la storia della persona, individua i concetti che ne orientano il giudizio, esamina i passaggi del ragionamento e apre prospettive che il consultante potrà accogliere, modificare o rifiutare. Quando emergono questioni che richiedono competenze mediche o psicologiche, il riconoscimento di questi limiti tutela la persona e consente al lavoro filosofico di proseguire responsabilmente.
Alberto mi ha ricordato che dietro la frase «sono stanco di vivere» possono trovarsi domande molto diverse. Alcune riguardano il dolore per ciò che è stato perduto, altre la paura di ciò che potrebbe accadere. Altre ancora interrogano il bisogno umano di restare padroni della propria storia fino alla fine.
Comprendere quale domanda stia realmente cercando parole costituisce spesso il primo passo del lavoro filosofico.
Se anche tu stai attraversando un momento nel quale le idee che ti hanno accompagnato finora sembrano non bastare più, puoi richiedere un primo incontro conoscitivo con Idiologos. La consulenza è disponibile online per persone ovunque nel mondo in presenza se ti trovi nella zona di Amburgo.
La consulenza filosofica non sostituisce l’assistenza medica, psicologica o psichiatrica. Se stai pensando di farti del male oppure temi che una persona vicina possa farlo, rivolgiti immediatamente al numero di emergenza 112 o al pronto soccorso.
Se le domande che questa newsletter ha aperto ti riguardano da vicino e senti che valga la pena esplorarle in modo serio, puoi contattarmi per una sessione di consulenza filosofica. Il lavoro che facciamo insieme parte esattamente da qui: dalle domande che resistono alle risposte facili.
