Parlare della morte non è un esercizio facile. Per molti significa fine di tutto, distacco, dolore. Ma è davvero così?
Abbiamo allontanato la morte dal nostro vivere quotidiano, quasi fosse un tabù. Non la pensiamo come parte integrante della vita, ma come un evento lontano, da rimandare. Intanto riempiamo le giornate di impegni e distrazioni, come se il trapasso fosse qualcosa che riguarderà “un altro tempo”.
Da bambino avevo paura della morte. Non solo della mia, ma soprattutto di quella dei miei genitori. Il cinema degli anni ’80, con film come Zombie o L’Esorcista, alimentava quell’immaginario cupo, insieme ai racconti degli adulti.
In realtà la morte non è mai una cosa leggera. Non lo è per chi la affronta, e non lo è per chi perde una persona amata. Dentro di noi sappiamo che arriverà, ma pensare di dover dire addio a un genitore, a un figlio, a un amico rimane un pensiero angosciante.
La filosofia, da sempre, medita sulla morte. Nel Fedone, Socrate invita a “meditare la morte”: non per esaltare il suicidio, ma per allenarsi a vivere con lucidità la propria finitezza. Prepararsi al distacco dell’anima dal corpo significa imparare a non vivere nell’illusione dell’eternità. Anche il Vangelo ripete lo stesso invito: “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà” (Mt 24,42).
Aver rimosso la morte dalla vita ci ha portati a concepirla come qualcosa di estraneo. Ma vita e morte non sono due poli separati: sono intrecciate. È come la foce di un fiume, dove l’acqua dolce incontra il mare: in quel punto l’acqua è salmastra, dolce e salata insieme. Così noi viviamo sempre tra la vita e la possibilità della morte. Essere vigili significa proprio questo: riconoscere la fragilità della nostra esistenza, e da qui prenderci cura di noi e degli altri.
Se pensiamo al tempo solo come passato, presente e futuro, la morte ci appare come la cancellazione di tutto. Sul letto di morte, guardando indietro, i rimpianti ci dicono che avremmo potuto fare diversamente. Questo genera paura.
Ma il tempo non è solo successione cronologica. È fatto di eventi che accadono nel presente e che restano: gesti, incontri, attenzioni, amore. Ciò che davvero permane non è il calendario dei giorni trascorsi, ma ciò che abbiamo donato.
Nel 1977 Angelo Branduardi pubblica La pulce d’acqua, con la canzone Ballo in fa diesis minore. Il brano riprende l’iconografia medievale della danza macabra, dove uomini di diversa estrazione sociale e scheletri danzano insieme. È un modo per ricordare che la morte non guarda in faccia a nessuno.
Branduardi trasforma quella tradizione in musica: la morte entra in scena spavalda, falce alla mano afferma che non saranno le mura erette di case e castelli a fermarla, ma gli uomini la invitano a danzare. La danza diventa un atto di resistenza, un modo per non lasciarsi schiacciare dall’angoscia. Danzando nel presente, la morte non è più “signora del tempo”: il tempo non appartiene a lei, ma a chi lo vive.
Qui entra in gioco la filosofia contemporanea. Heidegger ci ricorda che l’essere umano è strutturalmente finito: vivere significa sempre essere proiettati verso la morte. Questo non è un invito al pessimismo, ma al contrario a una vita autentica: la consapevolezza della morte ci obbliga a vivere meglio, ora.
Quello che resta di noi non è una “immortalità” in senso metafisico, ma le tracce che lasciamo: opere, parole, gesti, relazioni. Sono queste a custodirci dentro la vita degli altri, come gocce che rimangono parte del mare.
Non bisogna dimenticare che parlare della morte non significa solo ragionare sul limite dell’esistenza: significa anche riconoscere il dolore di chi resta. Il lutto è una ferita reale, che attraversa il corpo e l’anima. Non c’è filosofia che possa cancellare la mancanza di una voce, di un abbraccio, di una presenza quotidiana.
La compassione nasce qui: nel non ridurre il dolore a concetto, ma nell’accettare che sia parte della vita umana. Platone, nel Fedone, guarda alla morte dal punto di vista dell’anima; Heidegger la interpreta come struttura dell’esistenza. Ma chi perde un figlio, un amico, un compagno di vita, sa che la filosofia da sola non basta. Serve anche il silenzio, la vicinanza, la mano che stringe un’altra mano.
Il lutto non è solo assenza: è anche trasformazione della relazione. La persona amata non c’è più fisicamente, ma vive nella memoria, nei gesti, nelle parole lasciate. È qui che la cura si fa concreta: custodire quella presenza assente, non come fantasma che trattiene, ma come seme che continua a dare frutto.
In questo senso, la compassione non è pietà astratta, ma pratica quotidiana di memoria: ricordare, parlare, condividere, tenere viva la traccia di chi non c’è più. È forse questa la forma più autentica di “immortalità”: non negare la morte, ma trasformarla in legame vivo con chi resta.
In definitiva, la morte non è uno scarto né un residuo, ma parte del ciclo della vita. A livello naturale, è ciò che permette la rigenerazione del mondo. A livello umano, è ciò che dà valore e urgenza al tempo che abbiamo. Non è un semplice annientamento, ma la condizione perché la vita abbia un ritmo, un compimento.
Come la sazietà interrompe il pasto, così la morte segna il limite della vita. Ma ciò che abbiamo vissuto non viene cancellato: continua a rigenerarsi nei ricordi, nei pensieri e nelle vite che abbiamo toccato.
La morte non è l’opposto della vita, ma il suo confine interno. È il limite che le dà senso e profondità. Pensarla non significa toglierle angoscia, ma imparare a viverla con consapevolezza: non come estranea, ma come compagna, sorella, come la chiamava S. Francesco d’Assisi.
Ed è proprio in questa consapevolezza che può nascere la cura: prendersi sul serio, prendersi cura degli altri e del mondo, sapendo che la nostra esistenza è fragile, finita, e per questo preziosa in sé e nelle tracce che di noi rimangono.
BIBLIOGRAFIA:
Trabattoni F., Tempesta S. M., Platone
Fedone, Einaudi, Torino, 2011.
Volpi F., Sulla versione di Chiodi P., Heidegger M.
Essere e Tempo, Longanesi, Milano, 1971.
© Antonino Condorelli 2025

È una lettura interessante e scorrevole che porta meditazione.
Leggerei molto volentieri un libro così
Bravo